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La rivoluzione culturale di Obama PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Bosi   
giovedì 13 novembre 2008
1. Obama è stato eletto dal mondo intero. L’onda di consenso che si è levata negli Usa sul suo nome si è propagata nel mondo dove si è sposata con lo sdegno per la guerra voluta da Bush ed è stata ingigantita dal disastro economico cui stiamo assistendo. Il bisogno di spazzar via il vecchio è divenuto incontenibile e l’onda che era partita dagli Usa vi è tornata così ingigantita che gli americani non hanno potuto ignorarla. Se si fossero smentiti nelle urne, il mondo intero li avrebbe derisi e accusati di aver fatto prevalere il fattore R, razzismo. Gli americani si sarebbero esposti al pubblico ludibrio per una scelta oltraggiosa e contro la storia, ma sarebbero parsi soprattutto pavidi nel momento in cui il mondo intero li stava guardando come non era mai accaduto prima. Così, molti più americani del solito si sono recati a votare. È forse cambiata una tendenza? Quella democrazia che ammiriamo e critichiamo è diventata più partecipata di quanto non fosse in passato? Questo lo dirà il futuro. Per ora la risposta alla chiamata elettorale suona come la decisione di un popolo determinato a non perdere la faccia davanti al mondo.
2. Obama non è un presidente nero, è il presidente della postnegritudine. Non si poteva farne una questione di razzismo perché Obama ha sottratto l’argomento al dibattito nel modo migliore: superandolo. Non già ignorandolo, beninteso, come sarebbe accaduto se si fosse presentato come il meno nero dei neri, se si fosse lavato l’anima come altri hanno raschiato con ostinazione la pelle; ma Obama non l’ha fatto, anzi ha rivendicato la sua storia, le sue origini, il cosmopolitismo di un albero genealogico che, lo avvertiamo, è quello dell’umanità nei prossimi anni, quelli che già intravediamo e che incontreremo nel breve corso di una generazione. Oltre la negritudine e il suo grido di dolore per l’umanità offesa dalle ingiustizie dei bianchi, vi è ormai una consapevolezza più forte della pancia e dei suoi ambigui umori: si vive mescolando colori e parlate e se questo è esaltante nello sport, nella musica, nel cinema, nell’arte, non meno piacevole è nella sessualità, nella cucina, nelle relazioni quotidiane, nel lavoro. Lì, in quella terra di nessuno oltre il razzismo, Obama ha lanciato il suo cuore. Dopo la sua elezione, il razzismo appare per quello che è: un ferro vecchio che ovunque si agiti rovina lo spettacolo. Come uno stadio che alzasse il suo inno sui cori razzisti così da soffocarli, gli americani hanno coperto con una montagna di voti quella irragionevolezza che li ha sempre accompagnati meravigliandoci. Ora, anche la questione del multiculturalismo cambia volto. La logica del padrone di casa che pretende d’imporre i propri diritti diventa patetica quando gli inquilini imparano a costruirsi le loro case. Il problema non è più d’integrarli nelle proprie stanze, ma di costruire insieme la città che ci ospiti tutti.
3. Per quanto accada di rado nella storia, con l’elezione di Obama gli ideali hanno prevalso sugli interessi. Il presidente eletto dagli americani non ha costruito il suo consenso nelle stanze e nei palazzi del potere. Se poi la storia ci mostrasse che le cose sono andate diversamente, ciò che non crediamo, l’insegnamento di quanto accaduto non sarebbe meno prezioso. Dovremmo infatti ammettere che il partito degli ideali può creare più consenso rispetto a quello degli interessi e la storia dovrebbe comunque darsi appuntamento, se questa cui abbiamo assistito si rivelasse truccata, ciò che non crediamo, a una prossima occasione in cui fossero alzate bandiere pulite. In breve, quanto è accaduto va considerato per ciò che è: un fatto storico di enorme portata che non potrà essere diminuito né da future interpretazioni sulla sua genesi, né dalla capacità di Obama nell’affrontare gli enormi problemi che lo attendono. L’Obama di domani non sarà più il democratico che ha combattuto contro il campione dei repubblicani. Sarà il presidente di tutti gli americani e dovrà tener conto dei repubblicani che gli chiedono di prendere decisioni diverse da quelle che appartengono ai suoi intendimenti. Questo dovrà fare Obama non perché costrettovi dal partito antagonista, ma perché questo è il suo ufficio, quello di rappresentare tutti, quello che la democrazia pretende da chi è eletto. E questo non è un difetto della democrazia, ma la sua pienezza. Quel che accadrà, che cosa Obama potrà e saprà fare, sarà argomento dei prossimi mesi e anni. Ma quel che è accaduto è storia che non attende controprove. Certo per iniziativa di Obama e per le sue ottime ragioni è accaduto qualcosa che va oltre Obama. Egli ha l’enorme merito di aver creduto che fosse possibile scoprire un velo e trovare un tesoro di cui molti dubitavano e che forse nessuno credeva così splendente. Questo è accaduto e nel mondo ognuno è tenuto a credere che sia possibile scoprire un tesoro sotto la polvere, sotto il velo o sotto la spessa coperta lasciata dagli anni, dalla consuetudine, dalla pigrizia. Ovunque, chi è interessato a scoprire quel tesoro trae nuove energie dalla lezione ricevuta, ma sappia anche che in questa lezione vi è un monito per le anime belle che credono di poter agitare le loro bandiere per il solo diletto di vederle garrire al vento: essi dovranno invece scoprire il tesoro poiché ora sanno che esiste davvero e dovranno assumersi la responsabilità di custodirlo e accrescerlo.
4. La campagna elettorale ha portato in primo piano una donna matura abituata agli splendori e ai vizi della Casa Bianca, un giovane nero capace di guardare oltre se stesso e la propria storia, un vecchio altrettanto vigoroso quanto elegante nel riconoscere la vittoria dell’avversario. Sono tipi di una società che sa rappresentarsi nei modi più diversi, ma non certo quelli che ci saremmo aspettati di vedere nella competizione politica più importante del mondo.
5. In Italia non si avverte il bisogno di alcuna obamamania e la legittima euforia degli ambienti politici che si sono riconosciuti in lui deve presto cedere il posto alla determinazione di capire la lezione che viene dall’America, quella di Obama, beninteso, ma anche della risposta venuta dal suo elettorato e dal mondo intero. Una risposta che può essere così riassunta: la storia del Novecento si è definitivamente chiusa alle nostre spalle, come del resto le ultime elezioni nel nostro paese avevano fatto intendere.

Alessandro Bosi

Ultimo aggiornamento ( giovedì 13 novembre 2008 )
 
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