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Calcio & Politica: se i migliori stanno in panchina |
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Scritto da Riccardo Campanini
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mercoledì 30 giugno 2010 |
Anche una manifestazione sportiva può offrire spunti utili per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, tanto più se – come sta avvenendo con i mondiali di calcio – diventa l’argomento principale delle conversazioni, dei giornali, delle trasmissioni TV. Partendo da questa premessa, nelle righe che seguono proverò a proporre un’analogia tra le tristi vicende della nostra Nazionale di calcio, ingloriosamente eliminata dai mondiali, e taluni aspetti della realtà politica ed istituzionale italiana (che non se la passa poi tanto meglio), scusandomi fin d’ora se a qualcuno il paragone potrà apparire irrispettoso o forzato.
Il punto di partenza di questa riflessione è la contrapposizione tra due grandi “partiti” che ha accompagnato la nostra spedizione in Sudafrica: da una parte, quanti – come Lippi, la Federazione e i loro (pochi) sostenitori - erano convinti che i 23 convocati per il Mondiale, tra i quali molti reduci dalla vittoriosa impresa del 2006, rappresentassero il meglio del nostro calcio, e che quindi nessun campione fosse rimasto a casa; e dall’altra, la gran parte del’”opinione pubblica”, che al contrario biasimava la mancata convocazione di giocatori come Cassano o Balotelli, o addirittura invocava un radicale cambiamento generazionale ritenendo ormai “vecchi” e logori gli eroi di Berlino.
Una dialettica, questa, che appare singolarmente simile a quella che caratterizza il giudizio sui nostri rappresentati nelle istituzioni politiche e nelle Amministrazioni pubbliche, e che contrappone quanti realisticamente ritengono che essi siano, come si suol dire, lo “specchio del paese” , con i suoi pregi e i suoi difetti, e quanti invece (la maggioranza) li ritengono profondamente inadeguati al loro ruolo, tanto da invocare o la discesa in campo di questo o quel “fuoriclasse” o un rinnovamento “dal basso” attraverso un profondo cambiamento della modalità di selezione della classe dirigente.
Tornando al calcio, a mondiale tristemente concluso (almeno per noi italiani), ci si può domandare - col senno di poi – quale dei due “partiti” sopra citati avesse ragione e quale torto. Ebbene, a risolvere - o a complicare - la diatriba ecco il colpo di scena finale: proprio gli ultimi minuti dell’infausta partita con la Slovacchia hanno infatti rivelato che in realtà in Sudafrica il campione c’era, ma, ahimè, è stato tenuto in panchina per troppo tempo. Sto parlando ovviamente di Fabio Quagliarella, che da solo e in soli 45’ ha combinato più di quanto gli altri 4 (!) attaccanti messi insieme abbiano fatto nelle precedenti due partite (e mezzo). Il che fa sorgere un dubbio più che legittimo: se Quagliarella fosse stato impiegato prima e con più continuità, probabilmente il nostro mondiale sarebbe stato diverso.
Spostandoci ora nuovamente sull’altro versante, quello della nostra realtà politico-istituzionale, c’è da chiedersi se anche in questo caso la nostra crisi non sia dovuta anche al fatto che tanti potenziali “fuoriclasse”, anziché venire valorizzati e messi alla prova, restano troppo a lungo “in panchina”. Fuor di metafora, i criteri di selezione della nostra classe dirigente sono quelli della competenza, della capacità, dell’impegno o invece quelli dell’essere “amici” o peggio “vassalli” dell’uno o dell’altro leader?
Proprio nei giorni scorsi un noto settimanale pubblicava un’interessante inchiesta sui sindaci del PD in terra “nemica”, ovvero nella zone a netta maggioranza PDL o leghista (Veneto. Lombardia): amministratori sconosciuti alla grande ribalta nazionale, ma capaci, senza rinnegare la propria collocazione politica, di ottenere il voto anche di tanti elettori di centro-destra grazie al lavoro quotidiano, all’attenzione alle richieste della gente, al dialogo costante con i cittadini. E la stessa cosa si può dire, a parti politiche rovesciate, degli ormai numerosi Sindaci di centro-destra o della Lega presenti in Regioni “rosse” come l’Emilia-Romagna o la Toscana.
Ma quanti dei bravi e stimati amministratori di Enti locali e Regioni - che fortunatamente non mancano - riusciranno a diventare (possibilmente non tra 20 o 30 anni….) leaders nazionali? E quanti invece verranno “fermati” dai veti e dalle gelosie delle nomenclature, o scavalcati da personaggi assai mano capaci ma inseriti nel “giro” giusto?
Se l’Italia – intesa come Paese – vincerà o perderà la sua partita, molto dipenderà anche dal ruolo che potranno giocare i potenziali “campioni”: in campo, a fare gol e assist, o in panchina, ad assistere ad una sconfitta “annunciata”.
Riccardo Campanini
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